DIECI ANNI DAL SISMA DI AMATRICE: IL RACCONTO DELL’INFERMIERE ANDREA SEBASTIANI E LE TREDICI ORE TRA LE MACERIE
Amatrice, 24 agosto 2026 – Sono trascorsi dieci anni da quella notte che ha cambiato per sempre il volto dell’Appennino centrale e la storia del nostro Paese. Alle 03:36 del 24 agosto 2016, la terra tremò con una violenza tale da radere al suolo interi borghi, portando via vite, sogni e memorie. Per non dimenticare e celebrare la memoria delle vittime, abbiamo raccolto la preziosa testimonianza di Andrea Sebastiani, infermiere che ha vissuto in prima linea quelle prime, interminabili tredici ore.
Il suo racconto mette in luce il ruolo cruciale degli infermieri nella gestione delle maxi-emergenze, capaci di unire competenza e umanità. Dalla rapidità del triage alla stabilizzazione dei feriti in condizioni proibitive, gli infermieri e tutti i soccorritori, in quei momenti drammatici, sono diventati il simbolo della resilienza di una comunità colpita al cuore.
LA TESTIMONIANZA DI ANDREA SEBASTIANI, INFERMIERE ARES 118 , MEMBRO DEL CNSAS DELLA STAZIONE DI RIETI.
Ore 03.36 la mia vita in pochi secondi cambia. Mi trovavo in casa dormivo con mia moglie. I bambini (per fortuna!) erano in vacanza dai nonni a Contigliano un piccolo paese in provincia di Rieti. All’improvviso un forte boato, seguito da una forte scossa, squarcia la tranquillità della notte. Intorno a noi tutto ballava: soprammobili che cadevano, il cagnolino che guaiva dalla paura. D’istinto riesco a mettere sotto il letto mia moglie sperando che fosse un luogo sicuro per proteggerci: sapevo che non dovevo scendere le scale forse crollate. La scossa dura moltissimo, interminabili secondi nei quali l’unica cosa che riuscivo a fare era cercare di tranquillizzare mia moglie abbracciandola.
Dopo il sisma de L’Aquila nel 2009 avevo preso l’abitudine di tenere sul comodino il telefonino sempre in carica e una torcia: è stata la nostra fortuna. Infatti la corrente era saltata e proprio grazie alla torcia siamo riusciti a vestirci rapidamente, a scendere e ad uscire. Fortunatamente la nostra casa ha retto, ha fatto il suo dovere: ci ha protetti.
Esco di casa e mi trovo già di fronte le prime difficoltà. Inizio ad aiutare i miei vicini ad uscire di casa: le porte erano bloccate e ho dovuto sfondarle. Scendo in strada ed incontro Emidio, carabiniere con specialità di sciatore e rocciatore nonché tecnico di soccorso alpino dell’Arma. L’attrezzatura di soccorso alpino era in macchina e, indossato il casco, gli scarponi e lo zaino sanitario decidiamo insieme di evacuare i nostri due condomini: erano presenti delle persone con difficoltà di deambulazione.
Nello stesso tempo ci mettiamo in contatto con le nostre centrali operative per comunicare la nostra presenza e il nostro inizio di operatività. Alla mia Centrale Operativa ho subito comunicato l’intenzione di effettuare un primo inizio di triage di maxi emergenza: sono stati suddivisi i codici rossi da quelli gialli e verdi inviando tutte le persone che non avessero problemi sanitari al campo sportivo: l’unico luogo che reputavo in sicuro per la loro incolumità .
Di comune accordo con il medico di Centrale Operativa, decidiamo che i due probabili punti dove istituire i PMA per Amatrice sono i due ingressi del paese dislocati in campo aperto e lontano da rischi di crolli. Vicino al primo PMA c’è l’elisuperficie, operativa h24, mentre il secondo ha uno spazio idoneo per far atterrare in sicurezza altri velivoli.
Dopo questa fase decidiamo di entrare nel centro del paese. Prima saluto con un bacio sulla fronte mia moglie pronta per partire verso Contigliano per raggiungere i piccoli.( con la frase ti amo non so se ci rivedremo)
All’ingresso della zona rossa troviamo una scena apocalittica: il paese completamente raso al suolo, principi d’incendio, la polvere rendeva l’aria irrespirabile, la gente veniva verso di noi seminuda piena di polvere e ferite.
Erano tutti smarriti e increduli. Nel paese io e il mio amico siamo molto conosciuti a causa dei lavori che svolgiamo e proprio per questo molti paesani ci chiedono di aiutarli. Ci indicano i luoghi dove presumibilmente sono sepolti i loro cari, ma ben poco potevamo fare: da soli è davvero difficoltoso. Iniziamo quindi ad allontanare da quell’inferno la gente, con l’aiuto di alcune persone, indirizzandola verso il campo sportivo dove era stato attrezzato un primo posto di smistamento dei feriti.
All’arrivo di un ambulanza dall’Aquila lascio l’area triage alla collega e insieme al mio amico e a una squadra di pompieri entriamo nell’inferno e cominciamo e estrarre la persone dalle macerie.
Le persone estratte vive sono immediatamente valutate e immobilizzate con ciò che c’era a portata di mano: porte e persiane per le spinali, pezzi di legno come stecco-bende. Rapidamente vengono portate prima nell’area di sicurezza e, una volta operativi i PMA, trasportati negli stessi per essere stabilizzati e centralizzati in vari ospedali.
Con il passare delle ore affluiscono ad Amatrice numerosi soccorritori. I primi che giungono sul posto del disastro, a mio avviso, sono purtroppo poco organizzati sia a livello tecnico che a livello di attrezzature mentre, in un secondo momento, sono sopraggiunti soccorritori con mezzi idonei in grado di lavorare nel modo giusto e in sicurezza.
Le ore passavano velocemente. Solo quando ho chiesto l’ora ad un pompiere mi sono reso conto che erano passate tredici ore dall’inizio di quell’incubo; tredici ore passate nelle macerie senza bere senza mangiare pensando soltanto a soccorrere i miei paesani, i miei amici, i figli dei miei amici. Di tanto in tanto telefono alla mia famiglia per comunicargli che stavo bene, mentre, dall’altro capo del telefono, mio figlio mi chiedeva di andare a salvare i suoi amichetti. In particolare mi chiedeva di Emanuel, un suo compagno di scuola a cui era molto legato. Ancora ho nella mente la voce di mio figlio Lorenzo: “Papà vammi a prendere Emanuel vallo a salvare, lui il papà non ce l’ha vacci tu!” e invece io già sapevo che quel piccolo angelo non ce l’aveva fatta: il mio Marco del soccorso alpino mi aveva già comunicato la notizia.Tra un soccorso e l’altro vado nelle ambulanze che si trovano ai margini del paese tentando di ripristinare il poco materiale rimasto nello zaino. Faccio il punto veloce della situazione e rientro nell’inferno per procedere di nuovo con i soccorsi. Conclusa questa fase calda mi sono diretto in un PMA del 118 dove c’erano i miei colleghi: lì mi sono adoperato a dare una mano fino a sera quando poi stremato sono tornato a casa dalla mia famiglia, dai miei bambini, da mia moglie, dal mio cane.
Ho provato a dormire ma la mia mente era invasa da scene terribili, rumori, grida delle persone che invadevano la mia mente ed il mio animo.





















